La trattoria di proprietà di mio babbo era la trattoria “San Martino” dal nome della Piazzetta in cui si trovava. Era composta da quattro vani e una grotta. La sala da pranzo conteneva sei tavoli e, in fondo, un banco ricoperto di lamiera di zinco in cui era incorporata una vaschetta contenente acqua che serviva per lavare i bicchieri; c’era anche un grande scaffale che copriva tutta la parete e conteneva diverse qualità di vino in bottiglie. Oltre a questo vi era una grande stufa di ferro per scaldare l’ambiente nella stagione invernale.

La cucina molto grande, aveva un grande camino e diversi fornelli; in un angolo vi era un grande recipiente cilindrico di ferro zincato con un rubinetto in basso per attingere l’acqua che portavano gli acquaioli, non essendoci a quei tempi l’acquedotto. Le pareti erano piene di casseruole e tegami di rame e c’era anche un gran pentolone, pure di rame, che serviva per cuocere la carne e fare il brodo.

Un’altra sala a sinistra con tanti tavoli, si allestiva quando c’erano molti clienti. In questa sala veniva tutti i giorni un vecchietto arzillo e pulito che viveva di carità, non di accattonaggio, che si chiamava Caio; mio babbo gli dava la minestra gratis, le ossa del brodo con un po’ di carne attorno e in più un quartino di vino: lui in cambio grattugiava il pane per fare le polpette e le cotolette, contento di poter essere utile in qualche cosa. Inoltre il mio babbo, forte fumatore di toscani, gli dava le “cicche” che metteva nella pipa di terracotta e se le fumava beato. Per me aveva una simpatia particolare, mi raccontava tante storielle che mi facevano ridere e, malgrado la sua povertà, ogni tanto mi portava qualche caramella che mi consegnava strizzando l’occhio e rideva aprendo la bocca e mostrando i pochi denti rimasti.

Non ho finito l’elenco dei vani: entrando a destra vi era uno stanzone grande e lungo con un focolare basso, nella parete laterale erano allineate le botti di vino e un botticello per l’aceto; questo locale serviva per la vendita del vino ai privati e nei giorni di mercato (mercoledì e sabato) serviva ai contadini che venivano in città a vendere uova, conigli e pollami. Essi comperavano una fascina di legna, la bruciavano e sulla brace mettevano la graticola con la saraghina comprata nella vicina pescheria; dopo averla cotta la mangiavano innaffiandola con boccali di vino prelevati dalla cannella, mentre il pane lo portavano nelle sporte da casa.

Ricordo che quando si metteva la cannella, cioè quando si iniziava una botte nuova, si chiamava il banditore che andava in diverse strade urlando che la trattoria San Martino aveva messo “cannella fresca”.

Poi c’era, oltre alle camere, una grotta con botticelle e damigiane di vino da imbottigliare.

Il personale era composto da un cameriere, che era gobbo e sempre vestito in nero (si chiamava Luigi), un cuoco bravissimo ma lunatico che si chiamava Piombo. Durante la stagione lirica gli artisti del teatro venivano a mangiare nella nostra trattoria perché dicevano che la cucina era ottima. Al cuoco piaceva molto il mistrà e spesso mi dava due soldi e un bicchiere perché andassi a comprarglielo nella vicina drogheria della Bontempi; in cambio del piacere che gli facevo preparava un piatto di risotto con molto sugo che a me piaceva tanto. Tutto procedeva bene e gli affari andavano a gonfie vele. Avevamo anche un uomo di fatica che fungeva anche da sguattero e sbrigava lavori vari.

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