Da Rimini Sparita: “un’immagine IN ESCLUSIVA del Teatro Galli come non lo avete mai visto, fotografato sul fianco destro da Piazza Malatesta! [Dall’Archivio di Chiamami Città]”

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Avendo mio babbo la trattoria nella piazzetta S. Martino, mia mamma mi portava in piazza Malatesta dietro il teatro (allora era una zona verde): io mi divertivo molto a correre; di lì passando di fianco al palazzo Dupré (ora palazzo Pelliccioni) si andava sui bastioni occidentali ove c’era un vialetto coperto di ghiaia sottile ed alberato come è ancora oggi; vi erano anche dei sedili di graniglia e ricordo che mia mamma portava sempre un grande fazzoletto che stendeva prima di sedersi per non sporcarsi l’abito. Portava sempre del lavoro da fare e mentre lei lavorava io giocavo coi sassolini scegliendo quelli colorati: ero felice e sicuro perché l’occhio della mamma non mi abbandonava e lei rideva quando dicevo qualche corbelleria.

Doveva fare diversi lavori perciò un giorno mi portò dalle signorine Raschi che tenevano i bambini in una specie di asilo. Si doveva stare seduti in una grande stanza senza potersi muovere, ci leggevano delle fiabe per divagarci ma io mi stancavo. Mi ricordo che un giorno nella stanza si era sparso un odore sgradevole: qualcuno aveva fatto aria. Le signorine chiesero chi era stato ma tutti rimasero zitti. Allora passarono da tutti i bambini avvicinando il naso al sedere di ognuno e risultò che nessuno era stato: penso che il colpevole fosse una delle signorine e per coprirsi abbia messo in scena la cosa. In quell’asilo dissi a mia mamma che non volevo andare più perché erano cattive e bisognava stare sempre seduti senza muoversi e io preferivo giocare con i miei sassolini.

Un altro particolare: dietro il palazzo del Municipio c’erano le latrine pubbliche e a tenerle pulite vi era un custode; essendo vicino alla nostra trattoria io andavo spesso a trovarlo, mi trattenevo con lui e stavo a vedere mentre costruiva delle barchette di legno che vendeva d’estate. Andava in cerca di setacci rotti e con quelli faceva le sponde alle sue barchette.

Confinava con la nostra trattoria anche la casa di Nozzoli che avevano una bambina che aveva qualche anno meno di me; siccome si faceva la pipì addosso la sua mamma la teneva senza mutande. Un giorno si sedette, io vidi che non aveva il pistolino e chiesi il motivo a mia mamma: glielo avevano tagliato? Mia mamma si trovò molto imbarazzata a darmi la risposta, e infine disse che le donne non ce l’hanno. Poi andò dalla mamma della Lena a dirle che mettesse le mutande a sua figlia.

Un altro ricordo. Vicino alla nostra trattoria abitava una famiglia benestante: il capo famiglia era farmacista, la moglie era una bella signora bionda e aveva due figlie piccole; mia mamma era molto amica di questa signora perché tante volte le chiedeva dei consigli e così la andava a trovare e mi portava con sé. Queste bambine avevano molti giocattoli e io giocavo con loro.

Il giorno dell’Epifania le bambine mi fecero vedere i doni che la Befana aveva portato loro. Siccome ero più grandicello e quando ero piccolo di regali ne avevo avuti pochi, poi i miei genitori mi avevano detto che la Befana non esisteva, volli vendicarmi e dissi che la Befana non esisteva e che erano i loro genitori a fare i regali. Le bambine raccontarono la cosa alla loro mamma che mi disse: “Perché hai detto questa cosa alle bambine?”. Quel dolce rimprovero mi colpì, capii di aver commesso una cattiva azione e volli riparare, andai dalle bambine e dissi che avevo detto una bugia.

Come ho detto, si andava a giocare nella vicina Piazza Malatesta che era il ritrovo delle mamme e dei bambini e c’era sempre il figlio di Campana che aveva il triciclo invidiato da tutti noi. Una sera, parlando con mio babbo, gli chiesi se mi comperava il triciclo, un cliente presente disse che aveva il triciclo che suo figlio, essendo cresciuto, non adoperava più e mio babbo lo comperò. Non era nuovo ma aveva le ruote più grandi di quello di Campana, perciò nelle corse io ero sempre il primo.

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