Foto: la famiglia Fabbri. La mamma Domizia, il babbo Vincenzo, i figli (da sinistra) Achille, Enrica e Guido.

Ricordo il parroco della chiesa del Suffragio Don Giovanni Tendi (mia parrocchia) e le sue parole:

Ama il prossimo tuo come te stesso – e aggiungeva – l’amore è una parola ma se non la si mette in pratica è solo una parola.

Io sono un sentimentale, e l’amore per me è una cosa grande e ho cercato di amare non solo il prossimo ma tutte le cose del Creato perché in esso vedo la grandezza di Dio.

Parlando di mia mamma debbo dire che l’amore per lei è stato grande, è stato il mio primo amore. Anche adesso non la posso dimenticare: mi sembra di averla sempre vicina, umile, di poche parole, timida ma con una fede in Dio profonda, che col suo esempio mi ha trasmesso in pieno. Aveva impresso nella mia infanzia l’amore verso il prossimo, verso la natura, mi aveva arricchito lo spirito di impressioni imperiture: i suoi insegnamenti penetravano profondamente e mi facevano sentire la bellezza del suo pensiero sempre diretto alla gloria di Dio.

Mi ricordo che quando si sedeva sul divano io sedevo vicino a lei e l’abbracciavo e lei mi chiedeva: “Mi vuoi proprio bene?”; io allora la stringevo più forte e le dicevo: “Mamma, lo sa che le voglio tanto bene” (perché ai miei tempi ai genitori si dava del “lei”), e le dicevo anche: “Quando mi sposo viene a stare con me” ma lei mi rispondeva: “Ti voglio tanto bene e ti auguro che ti trovi una buona donna che ti faccia felice, però io con te non ci vengo perché sto con l’Enrica”. Io le domandavo perché non voleva venire e lei mi rispondeva: “Sarei la suocera, invece l’Enrica è mia figlia”.

Quando arrivò il momento di prepararsi a ricevere la prima Comunione, il parroco ci insegnava il catechismo ed io, avendo la memoria corta, non riuscivo a imparare a memoria gli atti di fede. In quella occasione ebbi l’aiuto della mia mamma. Quando fui pronto, recitai gli atti di fede superando tutti per correttezza e scioltezza. Il parroco contento, a lezione ultimata, mi portò nel suo studio e mi regalò un libriccino di preghiere.

Ripensando alla mia vita di adolescente, ricordo che mia mamma aveva il libro “Cuore” del De Amicis e me lo diede da leggere; la lettura mi piaceva molto. Ricordo che quando cominciai a leggere “Dagli Appennini alle Ande” arrivato a un certo punto mi commuovevo talmente che mi mettevo a piangere e non riuscivo a continuare; allora mia mamma prendeva il libro per continuare la lettura ma quando arrivava nel punto più commovente le dicevo di smettere. “Sangue Romagnolo” era più corto e riuscivo ad arrivare fino in fondo con le lacrime agli occhi. Ho citato questi due racconti perché sono quelli che mi hanno più colpito, ma ho letto anche gli altri.

Poi mia mamma dal suo cassetto tirò fuori un altro libro, “Genoveffa”, anche quello mi fece versare parecchie lacrime. Anche ora che sono vecchio quando leggo qualche libro sentimentale mi commuovo come se esponesse fatti veri. Ho detto che sono un sentimentale e la mia commozione lo dimostra: mi sembra di essere rimasto un bambino.

Ricordando le parole del mio vecchio parroco sull’amore verso il prossimo come vedremo, mi feci socio della conferenza S. Vincenzo e questo mi dava la possibilità di aiutare il prossimo sofferente. La mia mamma è stata la mia consigliera; quante confidenze facevo, quanti sogni! Ricordo le mie speranze di incontrare la donna ideale; lei mi diceva di non essere precipitoso, di guardare bene i sentimenti, di guardare le doti prima di scegliere perché si doveva vivere insieme e formare una buona famiglia.

Un’altra preoccupazione era quella di trovare un lavoro sicuro e questo non l’avevo: di aria non si vive. Mia mamma mi diceva di pregare la Madonna perché essendo la madre di Gesù poteva intercedere a mio favore. I suoi consigli mi consolavano e guardavo con fiducia al mio avvenire.

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