Un lavoro “turchino”

via Bertola, Rimini

Babbo Nello, un bimbetto di 6 o 7 anni all’epoca in cui sono ambientati i fatti, ci racconta cosa significa fare un lavoro “turchino” attraverso un fatto che ha, come protagonista, il nonno Guido.

Nella foto: soldati greci in via Bertola, a pochi passi dalla casa della famiglia Fabbri. Tratta da Rimini Sparita.

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Quando ci si doveva accingere ad eseguire un lavoro poco piacevole o addirittura ingrato, a Rimini si diceva che “l’è un lavor turchin”, cioè un lavoro “turchino”, come dire: roba da turchi.

Anche questo vecchio detto mi è rimasto impresso nella memoria, perché da bambino, la prima volta che lo sentii pronunciare da mio padre, lo collegai subito a un evento realmente accaduto.

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Le mie mostre di pittura

guido-fabbri-galleria-vicolo-gommaQuando feci la prima mostra personale al circolo del dopolavoro ferroviario di Genova non pensavo di avere un così largo consenso (e anche di vendere tanti quadri); è vero che i prezzi non erano alti, ma era la prima volta che realizzavo una personale, non potevo pretendere molto. Era l’anno 1942 e l’anno prima avevo concorso, sempre nel dopolavoro, a una mostra collettiva nella quale avevo vinto la medaglia d’oro.

Quando ritornai a Rimini nell’anno 1942 volevo riprendere a dipingere ma diverse incombenze famigliari e gli eventi bellici mi impedirono di farlo. Ripresi a dipingere saltuariamente nel 1946 ma il periodo più fecondo della mia produzione incominciò nel 1964, dopo il mio collocamento in pensione.

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“Proust in cucina – Pasqua a Napoli” di Massimiliano Capo

massimiliano-capoIl seguente articolo è stato pubblicato il 7 luglio 2014 su http://www.viterbonews24.it. Riporto un estratto che riguarda il Blog di Nonno Guido, e ringrazio di cuore l’amico Massimiliano.

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La cosa più bella di scrivere è leggere. E inseguire, leggendo, i fili di una possibile storia da intrecciare.

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Dopo un po’ che ci giro intorno e le leggo e le rileggo e me le immagino e ci appiccico figure, il terzo segnavia che mi voglio portar dietro in questa nuova avventura è il progetto di una mia amica (riminese come Fellini e romagnola come Guerra) che ha raccolto in un blog le memorie di suo nonno. Credo di farle una sorpresa, perché non lo ho anticipato nulla, ma le storie di Nonno Guido sono una di quelle cosine che hanno il buon sapore della vita (LE TROVATE QUI) e mi piacerebbe che questa cartellina di quel sapore sappia portarsi dietro almeno il profumo lontano.

Massimiliano Capo

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Gradara

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Nonno Guido all’opera – Foto inserita nell’articolo pubblicato sulla rivista Promozione Alberghiera – settembre 1972.

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Con la macchina di Lionello andammo a Gradara insieme a mio cognato Giuseppe (Peppino); visitammo il castello medioevale, girammo per il paese e Peppino scattò diverse fotografie mentre io feci degli schizzi.

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Gita alla Verna e Camaldoli

 

camaldoli

Camaldoli. Foto di Francesca Fabbri.

Era una bella giornata dell’anno 1966, la mattina presto partimmo: Lionello con la sua macchina e con Peppino e l’Olga mentre io e mia moglie eravamo nella macchina di Mario e dell’Anna Rosa.

Dopo avere percorso diversi chilometri la macchina di Lionello si fermò e ci faceva cenno di avvicinarsi; credemmo che fosse successo qualche guasto perciò ci avvicinammo subito ma Peppino chiamò per farmi sentire l’Inno dei lavoratori credendo che mi scandalizzassi perché si diceva che era l’inno dei comunisti: io invece mi misi a ridere e gli dissi “questo è l’inno di tutti i lavoratori a qualunque partito appartengono“, e lui rimase deluso.

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Mio cognato Peppino

peppino

Peppino, detto anche “lo zio Pippo”, era il bello della famiglia Muccini-Fabbri. Fratello della nonna Teresina, sposò Olga. Non ebbero figli.

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In principio ci vedevamo poco perché viveva a Cattolica, dove aveva lo studio fotografico ma anche quando venne a Rimini e fu assunto come impiegato alla Cassa di Risparmio, io ero in ferrovia e ci incontravamo poco.

Quando andai in pensione nel 1964 anche lui era in pensione, incominciammo a trovarci tutti i giorni e andavamo a passeggio insieme. Si era innamorato di un trenino telecomandato, aveva preso un grande tavolato per sistemare le rotaie e l’aiutai anch’io.

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Viaggio a Roma con l’Annettina

Nel 1955 venne organizzata una gita a Roma di quattro giorni; partimmo la mattina presto.

Un dirigente dell’Azione Cattolica mi disse che a Roma un nostro concittadino affittava camere solo per la notte e per mangiare dovevamo arrangiarci. Ci diede il numero di telefono, ci mettemmo in comunicazione e fermammo due camere; il proprietario ci disse anche che la sua casa era poco lontano dalla Basilica di San Pietro e ci comunicò la via e il numero dell’abitazione.

Quando arrivammo a Roma andammo in Piazza San Pietro e, domandando, trovammo subito.

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